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Angiologia

Sabato, 09 Maggio 2015 18:33 Scritto da 

L'Angiologia, termine di origine greca che indica lo studio dei vasi al pari del sinonimo anglofono Medicina Vascolare, è la specialità di area medica che si occupa della prevenzione, della diagnosi, della terapia e della riabilitazione delle malattie vascolari (malattie delle arterie, delle vene, dei vasi linfatici) nella fase non chirurgica della loro storia naturale. Essa non si occupa soltanto dell’aspetto diagnostico, oggi altamente affidabile grazie a tecnologie di primo ordine, ma anche e soprattutto della cura.

La gran parte dei pazienti con patologia vascolare sono seguiti in ambulatorio, mediante controlli programmati secondo precisi percorsi diagnostico-terapeutici, e per ottenere la massima efficacia è importante che i controlli non si limitino all’esecuzione di esami strumentali, ma comprendano anche una accurata valutazione clinica (associare la richiesta di visita specialistica a quella per gli esami strumentali).

In alcuni momenti della storia naturale delle malattie vascolari è necessario ricorrere al ricovero (ordinario o in Day Hospital) per l'esecuzione di approfondimenti diagnostici e delle relative terapie (per alcune delle quali vengono realizzati trattamenti intensivi con stretto monitoraggio strumentale) e/o procedure invasive o mini invasive.

Tra le patologie che colpiscono gli arti inferiori ci sono le varicosi, la trombosi venosa e l'insufficienza venosa cronica; i vasi linfatici sono interessati principalmente da casi di linfedema primario o secondario e l'aterosclerosi è tra le patologie che colpiscono i vasi arteriosi.

Le varici vengono generate principalmente da:

  • compressione dei vasi venosi
  • trombosi delle vene profonde
  • insufficienza delle valvole venose

Esiste una predisposizione genetica alla costituzione della debolezza delle pareti venose oltre a fattori a rischio tipicamente femminili e alla posizione eretta che agevolano la patologia. Le vene, diversamente dalle arterie, non avendo compiti di sospingere il sangue non posseggono uno strato muscolare molto sviluppato, quindi la vena si dilata quando la parete tende a rilasciarsi, a causa di una quantità di sangue transitante superiore alla norma oppure per un suo rallentamento. Questo processo può essere contrastato dai muscoli che circondano la vena, ma se la loro spinta è insufficiente allora la dilatazione può divenire costante. La gravidanza, l'età e l'obesità rappresentano fattori di rischio specifici per le donne.

Trattamento LASER per l’eliminazione delle vene varicose

Questa metodica endovasale, tecnicamente nota come “endovenous laser therapy (EVLT)”, è tra le più innovative. Nella gamma delle nuove frontiere tecnologiche e risulta essere tra quelle maggiormente studiate dalla comunità scientifica internazionale.

Sono infatti in corso studi comparativi, in cui il golden standard (ossia la pietra di paragone) è rappresentato dalla ben documentata chirurgia tradizionale per stripping. I risultati preliminari, presentati a recenti Congressi internazionali, sembrerebbero garantire paragonabile efficacia, associata a minor numero di complicanze e minore invasività: fattibilità in anestesia locale, quasi totale assenza di cicatrici, e minor rischio di emorragia postoperatoria. Requisito necessario è un continuo ed accurato monitoraggio Eco Color Doppler intraoperatorio.

Secondo l’opinione di questi autorevoli Colleghi, che di questa metodica hanno esperienza su centinaia di pazienti, nonostante gli apparenti costi superiori, la ELVT si imporrà come metodica di scelta per il trattamento radicale dell’IVC.

La trombosi venosa è una condizione in cui una piccola quantità di sangue si coagula all'interno di una vena e aderisce alla sua parete. Di conseguenza il passaggio del sangue attraverso quella vena è bloccato, parzialmente o in modo completo. Il coagulo formato prende il nome di trombo. Si parla di tromboflebite quando il coagulo di sangue si forma nelle vene più piccole proprio al di sotto della pelle, o di flebotrombosi quando invece il coagulo si forma nelle vene profonde. Le sedi più interessate dalla formazione di trombi profondi sono le vene del polpaccio o della coscia.

Lo stimolo che porta alla formazione del coagulo è di solito rappresentato da un mutamento nelle caratteristiche del sangue causato o da un intervento chirurgico o da un trauma o da una infezione. Il rischio aumenta quando il sangue tende a restare fermo nelle gambe, ad esempio per la presenza di vene varicose (vedi relativa scheda) o dopo un intervento chirurgico o a seguito di un prolungato periodo in cui si è dovuti restare a letto. Un'altra condizione che predispone allo sviluppo di trombosi è l'assunzione della pillola anticoncezionale da parte di donne fumatrici.

Come si manifesta

Una tromboflebite superficiale è facilmente visibile assomigliando ad un cordone rossastro e doloroso al tatto. In alcuni casi si manifesta su vene con varici ma può interessare anche vene normali degli arti inferiori o delle braccia. Le trombosi venose profonde possono non provocare sintomi, ma quando il flusso del sangue è ostruito è facile avvertire dolore e gonfiore alle gambe. L'infiammazione della parete della vena può far si che la gamba sia calda ed arrossata.

Quali sono i rischi

La tromboflebite superficiale non è una condizione pericolosa e può risolversi nel giro di un paio di settimane. Molto più pericolose sono invece le trombosi venose profonde, ed in particolare quelle della coscia, dal momento che da queste possono distaccarsi parti del coagulo, chiamati emboli, che vanno ad ostruire le arterie dei polmoni con gravi conseguenze.

Cosa fare

In caso di trombosi venosa profonda il medico potrà prescrivere farmaci che interferiscono con la coagulazione del sangue e che vanno usati esattamente come indicato dal medico stesso. Nelle tromboflebiti superficiali può essere utile assumere farmaci contro il dolore come l'aspirina.

Stare a riposo mantenendo la gamba sollevata per 1 o 2 giorni, muovendo però frequentemente il piede e la caviglia. Riprendere lentamente la normale attività dopo che la gamba comincia a migliorare.

Impacchi tiepidi possono essere utili ad alleviare i disturbi.

Non restare seduti o in piedi per lunghi periodi di tempo. Se in qualche momento è inevitabile assumere queste posizioni, far fare un minimo di ginnastica alle gambe contraendo periodicamente i muscoli del polpaccio e della coscia. Non sedersi a gambe incrociate. Riposare mantenendo sollevate le gambe.

Indossare calze elastiche a contenimento graduale per prevenire ulteriori episodi di trombosi venosa. Il medico indicherà il tipo più adatto alle vostre esigenze. Le calze vanno indossate al mattino prima di alzarsi dal letto.

Smettere di fumare, se si è fumatori: questo consiglio vale in modo particolare per le donne fumatrici e che assumono la pillola anticoncezionale.

Nel mondo occidentale la patologia venosa ha una prevalenza elevata, per molteplici cause tra cui l’aumentata sedentarietà, l’incremento ponderale ed anche l’aumento della vita media. Nella storia naturale di questa malattia, che ha un decorso cronico, dobbiamo ricordare che i nostri atti terapeutici, hanno effetto solo sulla componente sintomatica e non riescono ad eradicare la causa dell’insufficienza venosa. E’ esperienza comune vedere pazienti sottoposti a più interventi (chirurgici o conservativi) per varici venose a carico degli arti inferiori, spesso bilateralmente. In effetti, fatta eccezione per una piccola percentuale di recidive dovute ad un errato gesto tecnico , o per interventi considerati non radicali, il flebologo deve intervenire su quella che è una reale progressione di malattia.

Segni e sintomi

Esistono differenti stadi di malattia che si esprimono in modo variabile. Si passa dall’edema (gonfiore) degli arti inferiori, oppure alla presenza di varicosità del sistema venoso superficiale, o discromie (chiazze brunastre alle gambe), cute assottigliata fino all’ultimo stadio che comprende anche la formazione di ulcere cutanee (sono ferite a patogenesi spontanea e di difficile guarigione). Si possono associare le complicanze legate alla patologia venosa, tra cui le più eclatanti sono le trombosi, le emorragie spontanee da una varice. Sarebbe indicato rivolgersi ad uno specialista, nella fase iniziale di malattia poiché esistono delle indicazioni e trattamenti, che instaurate nelle fasi precoci di malattia permettono di rallentarne il decorso. Oltre all’esame obiettivo ed all’anamnesi è fondamentale eseguire un accurato esame Eco Color Doppler(ECD), che permette lo studio di tutto l’albero venoso, ed i siti di connessione tra sistema profondo e superficiale, analizzando in tal modo i siti causa della malattia varicosa e di evidenziare gli stati di trombosi in atto o pregressa. Questo esame permette di fornire una guida mirata agli atti terapeutici che il chirurgo proporrà.

Possibilità terapeutiche per le varici venose

La terapia prevede un approccio conservativo, basato sul promuovere uno stile di vita caratterizzato da una adeguata attività fisica, limitare l’ortostasi senza movimento e l’utilizzo di tutori elastici a compressione graduata (comunemente conosciuti più semplicemente come calze elastiche). Queste ultime devono essere prescritte dal flebologo, a seguito di un’attenta valutazione e vanno acquistate dopo accurata misurazione di parametri anatomici. Sono quindi parte fondamentale della terapia che, lo ribadiamo, è personalizzata. Si possono associare farmaci flebotropi di vari classi, che hanno il vantaggio di aumentare la resistenza della parete vasale e modulano gli scambi a livello capillare e venoso. In alcuni casi patologici, inoltre è necessario associare farmaci a base di eparina per prevenire o curare stati di trombosi.

Approccio chirurgico all’insufficienza venosa cronica (IVC)

Per quanto riguarda il trattamento classico, la safenectomia per stripping, si sono affinate le tecniche, consentendo un intervento chirurgico, con limitate incisioni , attraverso cui è possibile isolare e legare le connessioni tra sistema superficiale e profondo e sfilare la grande safena in modo radicale. Generalmente l’intervento viene effettuato in regime di day-surgery con anestesia spinale. Per il trattamento di varicosità isolate, è possibile proporre interventi di flebectomie (o varicectomie) con conservazione dei tronchi venosi principali (se liberi da insufficienza o dilatazione); interventi in anestesia locale, previa conferma attraverso Eco Color Doppler,

La scleroterapia è una metodica impiegata tradizionalmente da decenni per l’ablazione mediante reazione fibrosclerotica delle teleangectasie (capillari superficiali di piccolo calibro). In più sedute ambulatoriali, questa tecnica permette di eliminare questa manifestazione superficiale dell’IVC.

Recentemente, si è iniziato ad impiegare il materiale sclerosante anche per vasi di calibro maggiore, fino ad ottenere l’esclusione per puntura diretta sotto guida ecografia della grande safena stessa. Questa forma di trattamento radicale senza bisturi prevede l’utilizzo di agenti sclerosanti miscelati a microbolle aeree (sclero-mousse): questo artificio permette di ottimizzare il contatto tra farmaco e parete vasale, riducendone la quantità e quindi gli effetti collaterali sistemici. Il tutto viene seguito in monitoraggio continuo Eco Color, da cui il nome Eco-sclerosi.

La circolazione degli arti inferiori è composta da tre sistemi: arterioso, venoso e linfatico. Le arterie portano sangue ossigenato e materie nutrienti ai tessuti, le vene portano via il sangue ricco di anidride carbonica e prodotti di degradazione dei tessuti; i vasi linfatici drenano invece l’acqua e le grosse molecole in eccesso, proteine in particolare, che occupano gli spazi fra le cellule. I linfatici svolgono inoltre una importante funzione difensiva contro batteri e agenti patogeni in genere.

Il linfedema degli arti inferiori è una patologia che colpisce i vasi linfatici . Molte cause patogene, congenite ed acquisite, possono portare i vasi linfatici a non svolgere la loro funzione con accumulo di liquidi e poi di sostanze negli spazi intercellulari. Si distingue in tre gradi fondamentali: il primo consiste nel semplice accumulo di acqua che porta ad un edema degli arti inferiori. Tale gonfiore è inizialmente transitorio, riducibile e difficilmente causa disagi importanti; i sintomi possono essere sfumati e confusi con altre patologie: crampi saltuari, specie notturni, formicolio, talora prurito. Il secondo grado è quello in cui, insieme all’acqua, stagnano anche proteine e altri cataboliti cellulari. In questo stadio l’edema è più difficilmente riducibile e i sintomi (pesantezza, formicolio, crampi, prurito) si fanno persistenti e costanti, specie la sera. Il terzo grado corrisponde allo stato indurativo del sottocute, quando per effetto del ristagno costante e persistente, l’organismo produce una fibrosi del tessuto; in questo stadio l’edema non è più riducibile e ogni presidio terapeutico risulta solo parzialmente efficace; a questo stadio corrisponde il grado più elevato di linfedema che prende il nome di elefantiasi.

A questi gradi si possono sempre aggiungere delle complicanze, generalmente infettive. L’erisipela è quella più frequente e consiste in una infezione sottocutanea che causa una dermatite, a volte bollosa, difficile da eradicare, spesso recidivante, contrassegnata da episodi febbrili con brividi, arrossamento della cute, intenso e vivo dolore della zona interessata con comparsa di strisce linfangitiche lungo le stazioni linfonodali dell’arto inferiore spesso confusa con una flebite. Questa infezione aggrava la stasi linfatica rendendo ancora più intensi il gonfiore e i sintomi. Spesso residua anche una dermatite cronica con postumi permanenti.

La diagnosi è essenzialmente clinica e non va confusa con la stasi di origine venosa (varici,sindromi post-trombotiche), che spesso si associano. Il linfedema non va nemmeno confuso con tutti quegli edemi che derivano da deficit posturali del piede (piattismo,alluce valgo) e che sono espressione di una insufficiente pompa muscolare. Anche altri edemi di origine cardiaca, renale, proteica devono essere esclusi. Anche alcune patologie tumorali, che possono essere causa di linfedema, vanno escluse (linfomi,metastasi linfonodali di altri tumori).

Gli esami strumentali indispensabili sono un ecocolordoppler, per escludere una patologia venosa e alcuni esami del sangue. Raramente una linfografia (o una linfoscintigrafia) è necessaria e viene prescritta quando si rende indispensabile un trattamento chirurgico.

La terapia è semplice per i primi due gradi, difficile per il terzo. Occorre sempre ridurre l’edema (presso terapia, linfodrenaggio, dieta adeguata) e mantenere sgonfi gli arti (calza elastica). Nel secondo e terzo grado si possono associare la terapia del calore, la mesoterapia e altri farmaci più specifici anche per via generale. Una serie di consigli, utili per l’insufficienza venosa, sono indispensabili nella terapia del linfedema. Quasi sempre si ottiene un miglioramento dall’uso di un plantare correttamente prescritto e confezionato dopo una baropodometria computerizzata.

Nei gradi più estremi si deve ricorrere ad interventi chirurgici d'indagine, i cui risultati non sono sempre ottimali.

La vera terapia è la prevenzione, rivolta soprattutto a quei pazienti che hanno familiarità positiva per linfedema. Si devono mettere in atto tutti i presidi necessari a tenere sgonfie le gambe (presso terapia, mesoterapia, linfodrenaggio, calza elastica, plantare) sin dai primi disturbi, per evitare un inesorabile aggravamento della situazione fino a gradi estremi.

L'aterosclerosi è una forma particolare di arteriosclerosi, che consiste nella formazione sulle pareti delle arterie di placche, dette ateromi o placche aterosclerotiche. Queste placche vanno incontro a una lenta evoluzione: dapprima sono costituite solamente da lipidi, tra cui il colesterolo, con il tempo le placche diventano sempre più grandi e sviluppano una loro "struttura di sostegno", composta da sostanze fibrose e cellule connettivali, da ultimo calcificano e degenerano andando incontro a necrosi. Come è stato dimostrato dalle autopsie effettuate sui soldati americani caduti nella guerra in Corea, l'aterosclerosi inizia a manifestarsi fin dalla giovane età (20-30 anni). L'aterosclerosi è una malattia subdola: si sviluppa nel corso dei decenni in silenzio, senza dare alcun sintomo. Purtroppo quando compaiono i primi sintomi, tra i 40 e i 60 anni, la situazione delle arterie è già compromessa e il rischio di cadere vittima delle complicanze, che spesso portano alla morte, diventa altissimo: ictus cerebrale e infarto del miocardio sono senz'altro le più gravi.

Le cause dell'aterosclerosi

Ad oggi non sono ancora note le reali cause dell'aterosclerosi.

Sicuramente esistono soggetti predisposti geneticamente allo sviluppo della malattia, come coloro che presentano dislipidemie congenite o ereditarie, o i soggetti con ipercoagulabilità ematica. Queste forme ereditarie, sebbene piuttosto frequenti, sono responsabili solo di una minoranza dei casi.

Esistono poi fattori non modificabili, come l'età, il sesso e la razza. Infatti, salvo rari casi, l'aterosclerosi (o meglio, le sue complicanze) colpisce i soggetti in età avanzata, soprattutto gli uomini, poiché gli ormoni femminili proteggono le donne, almeno fino alla menopausa. Le persone di colore sono meno colpite rispetto alle persone di razza bianca.

È però indubbio che le cause modificabili, ovvero lo stile di vita, siano quelle che più influiscono sullo sviluppo della malattia e la comparsa delle complicanze. Non a caso, l'aterosclerosi è considerata la malattia del benessere per antonomasia. È la prima causa di morte in quasi tutti i paesi industrializzati. In Italia, durante il ventennio dal 1950 al 1970 (ovvero durante il boom economico), si è verificato un aumento dei morti per cardiopatie ischemiche del 461%.

Di fronte a questi numeri, è evidente che l'aterosclerosi sia legata ad alcuni comportamenti tipici delle civiltà industrializzate.

Sono stati identificati ormai con certezza alcuni fattori di rischio modificabili, che riportiamo in ordine di importanza:

  • colesterolo e trigliceridi alti: come vedremo, l'alimentazione può influire su questi valori;
  • il fumo, che indurisce la parete delle arterie;
  • l'ipertensione, che sollecita i vasi sanguigni in modo anomalo;
  • il diabete;

Da notare come i soggetti obesi siano tremendamente a rischio, poiché spesso sono contemporaneamente ipertesi, diabetici e abbiano colesterolo e trigliceridi alti.

Le cura dell'aterosclerosi

L'aterosclerosi diventa un problema quando le placche ostruiscono un vaso sanguigno, determinando la necrosi per mancanza di ossigenazione dei tessuti a valle dell'ostruzione. Questo accade quando:

  • la placca si lacera e inizia a sanguinare, determinando una reazione simile a quella che avviene quando ci procuriamo una ferita. Il sangue coagula, determinando un improvviso ingrossamento della placca che ostruisce completamente il vaso.
  • si stacca una porzione di placca, che viene trasportata lungo le arterie finché non trova un vaso di dimensioni troppo piccole, e lo occlude. Se l'occlusione avviene in una arteria del braccio o della gamba, si andrà incontro a una perdita di funzionalità dell'arto colpito. Ma se, come spesso accade, riguarda le arterie coronarie o quelle del cervello i danni sono molto più seri.

L'aterosclerosi si cura chirurgicamente quando la dimensione delle placche, o il loro stato, determinano un rischio molto alto di incorrere in patologie mortali come ictus e infarto, oppure quando si è già verificata una di queste patologie e c'è il rischio di recidive.

L'intervento è atto al ripristino del lume del vaso occluso, riportando la portata sanguigna a livelli di sicurezza.

I più praticati sono:

  • angioplastica: l'ateroma viene appiattito gonfiando un palloncino all'interno del vaso, e applicando una molla o una rete che mantenga aperto il vaso stesso e impedisca il distacco di parti dell'ateroma.
  • bypass: il tratto di arteria ostruito viene bypassato utilizzando una vena prelevata dal paziente.
  • l'endoarteriectomia: prevede la rimozione per via chirurgica dell'ateroma.

Prima di giungere a terapie invasive (sclerosanti, chirurgia) si può fare molto sul fronte della prevenzione sia della flebite sia delle sue complicanze. Prevenire significa mettere in atto semplici accorgimenti che, aiutando a mantenere in buona salute l'apparato cardiocircolatorio, sono consigliati a tutti e, in maniera particolare, ai soggetti predisposti alle malattie vascolari. Ciononostante le varici possono svilupparsi ugualmente, specie nelle donne, ma questo non deve allarmare: l'angiologo può consigliare la terapia più adatta per ridurre il gonfiore degli arti e limitare la progressione della malattia.

Che cosa fare

Camminare almeno un'ora al giorno, a passo lungo e svelto. La regola fondamentale per la buona salute delle gambe è quella di tenerle in movimento. Camminare, salire e scendere le scale, fare esercizi di flessione ed estensione degli arti inferiori serve per tonificare i muscoli, mantenere solide le strutture ossee, stimolare l'apporto arterioso e, soprattutto, favorire il ritorno del sangue venoso verso il cuore. Il piede funziona un po' come una spugna, capace di raccogliere il sangue venoso e di spremerlo lungo le vene delle gambe. La deambulazione stimola, inoltre, la cosiddetta pompa muscolare: lo spostamento alternato del peso del corpo da un piede all'altro provoca la contrazione dei muscoli del polpaccio, che spingono ulteriormente il sangue venoso verso il cuore.

Al lavoro

Stare a lungo fermi in piedi è particolarmente dannoso per le gambe, così come stare troppo tempo seduti. Se si svolgono attività che costringono a stare molte ore in piedi, sollevarsi spesso sulle punte, questo semplice movimento facilita la risalita del sangue, e spostare il peso alternativamente sull'una o sull'altra gamba ogni 2-3 minuti. Questo consiglio vale per le casalinghe, i commercianti, i parrucchieri, gli insegnanti, i camerieri, i chirurghi e alcuni artigiani. Chi, invece, svolge un lavoro sedentario deve evitare di accavallare le gambe e alzarsi in piedi ogni ora per le gambe. Restando seduti, poi, giova sollevare alternativamente e rapidamente il tallone e la punta di ciascun piede.

Lo sport

Il nuoto è lo sport d'elezione per prevenire i disturbi circolatori, anche in gravidanza, quando possibile, una bella nuotata è sempre consigliata. Al mare o in piscina: l'acqua fresca favorisce la vasocostrizione, quindi il ritorno venoso, e svolge un massaggio tonificante sulle gambe, favorendo lo svuotamento delle vene del sistema superficiale. Infine, la posizione orizzontale e i movimenti ritmici e alternati, caratteristici del nuoto, promuovono una dolce attivazione delle pompe venose muscolari. Altri sport da preferire sono tutti quelli che si basano su movimenti dolci, come la marcia, la bicicletta, la ginnastica a corpo libero; attività comunque da non praticare a livello agonistico. Non sono adatti, invece, gli sport che richiedono sforzi intensi, rapidi e improvvisi e comportano il rischio di traumi e cadute, come il calcio, lo sci, l'equitazione e il tennis.

Sovrappeso

L'obesità contribuisce alla comparsa e al peggioramento delle varici, favorisce il gonfiore delle gambe, la sensazione di pesantezza agli arti inferiori e accentua i dolori artrosici del piede, del ginocchio e dell'anca, compromettendo la correttezza dei movimenti. Quindi bisogna cercare di mantenere un peso equilibrato, evitare l'abuso di alcolici, che induce vasodilatazione periferica, e combattere la stipsi: l'aumento della stasi intestinale, infatti, incrementa la pressione intra-addominale con conseguente peggioramento di varici ed emorroidi.

Igiene personale

Mantenere, quanto più possibile, la cute fresca, pulita e idratata. Evitare i pediluvi e i bagni in acqua troppo calda, l'esposizione ravvicinata a qualsiasi fonte di calore come stufe, termosifoni, camini, borse d'acqua calda. Evitare anche saune, bagni turchi, fanghi, sabbiature e cerette depilatorie a caldo. Preferire la doccia al bagno, perché è più difficile che l'acqua calda corrente provochi dilatazione delle vene delle gambe. Non fumare: il fumo danneggia anche le pareti dei vasi sanguigni.

A letto

Dormire in posizione distesa, con i piedi sollevati di qualche centimetro (5-8 cm) rispetto al cuore, la soluzione più semplice è quella di mettere degli spessori sotto ai piedi del letto (un paio di grossi libri, due mattoni). Altra possibilità è quella di inserire tra la rete e il materasso particolari cuscini a sezione triangolare, reperibili in commercio. Sconsigliato, invece, il fai da te con cuscini tradizionali che, muovendosi, non offrono una superficie di appoggio stabile ed uniforme. Appoggiando i piedi sul cuscino si rischia, inoltre, di lasciare il ginocchio sospeso nel vuoto, e questa posizione blocca la vena (poplitea) che si trova nell'incavo del ginocchio e riduce il flusso di sangue negli arti inferiori. Per gli stessi motivi è poco salutare stare seduti, magari guardando la televisione, con i piedi appoggiati a sgabelli o tavolini bassi. Durante i periodi di forzata immobilità a letto (gravidanza difficile, lunghe malattie, ospedalizzazione) muovere ripetutamente gli arti inferiori, soprattutto effettuando flessioni ed estensioni dei piedi verso le gambe, facendo frequenti e profonde inspirazioni.

Abbigliamento

Evitare indumenti troppo stretti o elastici, come jeans attillati, fuseaux, panciera, giarrettiere, gambaletti e calze autoreggenti, che creano un ostacolo al deflusso venoso. Indossare vestiti comodi, freschi e leggeri e preferire i collant o le calze con reggicalze alla vita. Un corretto appoggio della pianta del piede é fondamentale per il buon funzionamento della pompa venosa: anche una scarpa comoda e a pianta larga può influire positivamente sul deflusso venoso. In caso di piede piatto, ad esempio, l'appoggio deve essere ottimizzato con un plantare adeguato. Scarpe strette o a punta, senza tacco o con tacchi molto alti non andrebbero indossate per molte ore. Se i tacchi sono troppo alti, infatti, tutto il peso del corpo è distribuito sugli avampiedi, se i tacchi sono troppo bassi, il peso si distribuisce su tutta la pianta ed il tendine di Achille rimane esteso; in entrambi i casi il piede non svolge correttamente la sua funzione di pompa Per una migliorare traspirazione del piede è preferibile una buona calzatura in cuoio, piuttosto che scarpe in tela o materiale sintetico; limitare anche l'uso di stivali che comprimono e surriscaldano piedi e gambe.

In viaggio

Per i piccoli spostamenti è sempre meglio rinunciare alla comodità dei mezzi di trasporto e andare a piedi. Durante i viaggi in automobile accomodarsi sul sedile posteriore, allungando le gambe e cercando di scendere ogni paio di ore per una breve passeggiata. Se non si possono distendere, almeno non restare a lungo seduti con le gambe penzoloni, non indossare indumenti stretti e, alla fine del viaggio, distendersi con le gambe sollevate per un'ora circa. Durante i viaggi in treno o in aereo tenere le gambe rialzate e alzarsi spesso per camminare.

In vacanza

Preferire climi freschi e secchi, come quelli di montagna. D'estate, quando fa molto caldo, bagnarsi le gambe con frequenti docce fredde, muovendo il getto dal basso verso l'alto. Al mare evitare di esporre le gambe al sole stando sdraiati e immobili, soprattutto durante le ore più calde: l'esposizione diretta ai raggi solari provoca vasodilatazione, che aggrava l'insufficienza venosa e potrebbe favorire la comparsa di teleangectasie. Ci si può abbronzare lo stesso, e in maniera più omogenea, facendo lunghe passeggiate nelle ore meno calde; le creme solari, infatti, proteggono la pelle dalle scottature ma non le impediscono di assorbire il calore dei raggi solari. Camminare nell'acqua del mare, con il corpo immerso fino al bacino, è molto salutare perché esercita una compressione decrescente dal basso verso l'alto; inutile se non dannoso, invece, passeggiare sulla battigia facendosi massaggiare le caviglie e le gambe dalle onde.

Calze a compressione graduale

Sono il presidio terapeutico più importante: utile sia per la prevenzione sia per la terapia. Caratteristica fondamentale di queste calze è quella di esercitare una pressione elevata a livello della caviglia, che poi decresce salendo verso la coscia. Questa contropressione esercitata dall'esterno favorisce il ritorno venoso e il drenaggio linfatico, quindi sostiene le pareti venose, allontana le scorie tossiche e riduce l'edema.

La pressione esercitata si misura in millimetri di Mercurio (mmHg) e non è direttamente proporzionale ai denari (Den), che indicano, invece, lo spessore del tessuto. Controllare sempre sulla confezione che siano indicati i valori di pressione, e che siano decrescenti dal basso verso l'alto, in caso contrario le calze non offrono nessun particolare beneficio.

Le calze esercitano una compressione modesta alle caviglie, tra 6 e 20 mmHg, sono indicate soprattutto per prevenire lo sviluppo di problemi circolatori in persone con uno o più fattori di rischio e per attenuare la sensazione di pesantezza e di affaticamento alle gambe. In genere sono leggere, trasparenti e disponibili in un'ampia gamma colori, ma risultano poco resistenti allo strappo, allo sfregamento e alle smagliature. Possono essere indossate in qualsiasi momento della giornata e sono consigliate a chi trascorre molte ore in piedi.

Le calze invece rappresentano una vera e propria terapia, come tale devono essere acquistate seguendo le precise indicazioni del medico. Una compressione troppo lieve, infatti, sarebbe inutile, d'altra parte una compressione eccessiva sarebbe controproducente, perché ostacola la circolazione. Le calze contenenti assicurano una compressione alla caviglia che parte da 20 mmHg e può superare i 50 mmHg, sono indicate quando le varici sono già presenti e sono accompagnate da edemi; devono essere indossate al risveglio, prima cioè che le gambe possano gonfiarsi.

Riposanti o contenenti, secondo le specifiche necessità, si possono usare anche in gravidanza: ci sono in commercio modelli specifici per il periodo della gestazione. Per i casi più seri e per i postumi di interventi chirurgici, invece delle calze si usano bende o fasce elastiche ad elevata compressione, la fasciatura in questo caso dovrà essere effettuata direttamente dal medico.

Linfodrenaggio manuale

Specifica tecnica manuale rivolta al drenaggio del liquido linfatico, contemporaneamente svolge anche un'azione sul sistema venoso. È indicato in caso di: linfedema degli arti dal 1° al 5° stadio, flebedema, edema post-traumatico o post-chirurgico (chirurgia plastica o venosa), ulcera flebolinfatica.

Linfopress o presso terapia

Sfrutta gli stessi principi del linfodrenaggio ma la compressione esterna è ottenuta con dei gambali in cui viene insufflata aria; favorisce il ritorno venoso e riduce l'edema.

Endermologie

Studiata e progettata in Francia negli anni '70 ed inizialmente destinata a trattamenti di fisioterapia cutanea (cicatrici, ustioni), è una tecnica di trattamento elettivo del tessuto connettivo sottocutaneo, le cui indicazioni attuali si rivolgono alla medicina estetica, alla chirurgia plastica ed alle manifestazioni d'insufficienza microcircolatoria, siano esse arteriose, venose o linfatiche.

L'Endermologie è un particolare tipo di massaggio meccanico, effettuato con una sofisticata apparecchiatura che si avvale di rulli, esercitanti una pressione positiva associata all'applicazione di pressione negativa su cute e strato sottocutaneo. L'associazione tra pressione positiva e negativa, ottenuta dai rulli montati su un manipolo, con il movimento rotatorio applicato a quest'ultimo provoca una distensione verticale del tessuto connettivo, tale da determinare una ridistribuzione del grasso sottocutaneo.

Tutto questo porta ad un rimodellamento del contorno cutaneo, e stimola la corretta progressione della circolazione linfatica, il metabolismo e la vascolarizzazione tessutale. Quindi, oltre all'effetto estetico, si ottiene la depurazione dei tessuti in maniera analoga alla tecnica di linfodrenaggio.

Le peculiarità fisico-meccaniche di quest'apparecchiatura consentono interventi terapeutici rivolti a varie patologie, a differenti tessuti o differenti fasi di una patologia complessa. Esistono protocolli terapeutici specifici per affezioni particolari, quali linfedemi, postumi cicatriziali delle ustioni, insufficienza venosa cronica, anomalie della cicatrizzazione cutanea.

In patologia venosa e linfatica questa metodica consente di ampliare le possibilità offerte dal tradizionale drenaggio linfatico manuale, superando il concetto di svuotamento dei vasi e sostituendolo con il momento di stimolazione metabolica e ristrutturazione tessutale.

L'Endermologie, grazie alla di stimolazione diretta sull'attività del tessuto connettivo e al miglioramento del flusso artero-venoso e linfatico, viene utilizzata nei protocolli terapeutici dei linfedemi, in particolare quelli di stadio più avanzato, che non rientrano in clinostatismo (cioè restando coricati) e con alterazioni tessutali tali da determinare ripercussioni a livello cutaneo, oltre che sottocutaneo.

Ultima modifica il Sabato, 13 Giugno 2015 00:46
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